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Intervista all'Autore Matteo Rizzardo
Prima domanda, per conoscerLa meglio: chi è Matteo Rizzardo? Una contraddizione vivente. Un ragazzo che ama sentirsi triste e malinconico, che gioca con le sue numerose paranoie, che adora fare l’idiota e leggere trattati sul nichilismo, che venera il metal estremo e i racconti di Borges, che apprezza il dadaismo di Duchamp e le notti nebbiose, che ama i film di Lynch e ridere fino allo sfinimento. Un ragazzo a cui piace credersi pazzo, senza in realtà sapere che cos’è realmente la normalità. Come nasce la sua passione per la scrittura? Non saprei. Più che di passione, comunque, parlerei di necessità. Per me scrivere, più che un divertimento, è uno sfogo. Ho iniziato a comporre poesie orripilanti (e, ve lo giuro, lo erano davvero) quando avevo quattordici anni: allora, scrivere mi faceva sentire un po’ meno male. Poi la cosa si è evoluta, senza che io me ne rendessi realmente conto. Se penso a quel quattordicenne timido e imbranato che ora, a vent’anni, ha scritto un libro, ancora non posso crederci. “Grazie, ma la spengo io la luce” è una composizione decisamente particolare: simile ad un magma infuocato, stimola riflessioni, racconta non solo una, ma tante storie e inaspettatamente sa anche stupire attraverso immagini di rara poesia; ma come nasce un testo così ricco? È nato man mano che lo stavo scrivendo. Quando iniziai a comporlo non avevo la minima idea di quello che avrei scritto. Non avevo programmato nulla. Non era neanche nelle mie intenzioni pubblicare un libro. È come se fosse nato da sé. Nel libro che ho scritto non viene raccontata una vera storia, non c’è un filo narrativo ben definito. C’è solamente il linguaggio nudo che parla di sé, come dovrebbe fare in qualsiasi opera letteraria. Credo fortemente nel potere del linguaggio e della parola. Il linguaggio, nella sua accezione più autentica, non parla mai di qualcos’altro, ma è sempre auto-referente. - Cosa L’ha ispirata nella Sua creazione? Il mio più grande “nemico”: la vita. Nel testo viene spesso rappresentata l’incomunicabilità, la solitudine di chi sa riflettere, di chi cerca risposte, possiamo chiederLe se – a Suo parere – sia meglio continuare a cercare o trovare una risposta, anche se deludente? Le risposte non possono che essere deludenti. Le risposte sono delle barriere. Bloccano il movimento. Quando si trova una risposta, di qualsiasi tipo essa sia, ci si ferma, soddisfatti. Io non voglio fermarmi mai. Se mai dovessi farlo, morirei. E qualora il testo stesso rappresentasse, a Sua volta, una risposta, ritiene che il Suo messaggio possa essere compreso da tutti? O ha deciso di stimolare la riflessione più che comunicare qualcosa? Il mio testo, appunto, non ha la presunzione di essere una risposta. Forse, è un tentativo di ricerca delle domande giuste da porsi. Nel libro si parla spesso di Dio, lo si cerca, lo si immagina, lo si idealizza, si finisce per sentirlo anche nell’azzurro e nell’infinità del mare; ma per Matteo Rizzardo, chi è Dio? È una proiezione mentale. È un concetto pieno di vuoto. È il parto della mente di un ateo sognatore quale sono. Non credo in Dio, ma la sua idea accompagna ogni mia singola visione. Alcuni critici dicono che attraverso la scrittura si possa spiegare a sé e agli altri ciò che forse si ha paura di dire… c’è qualcosa che è riuscito ad esprimere attraverso questo libro che altrimenti non avrebbe mai detto? No, non ci sono dei concetti particolari in questo libro. Non volevo scrivere un saggio. I concetti, spero, li metteranno i lettori. Sono convinto che un buon romanzo sia come uno specchio, come diceva Borges. Ogni lettore si vede riflesso tra le pagine che sta leggendo. Spero che lo specchio che ho cercato di creare non sia troppo opaco. Per Matteo Rizzardo scrivere è più una scelta o un bisogno? Un bisogno. Decisamente. Giorgio adora Heidegger, ma vorrebbe capire Kant… Matteo Rizzardo quale filosofo preferisce e perché? Potrei rispondere con una lista di nomi infinita. In realtà, il fatto è che più ci si addentra all’interno della filosofia, più ci si accorge di non conoscerla affatto. Per questo Matteo Rizzardo ama la filosofia. La filosofia non dà risposte e non ha la presunzione di darne. Cosa rappresentano per Matteo Rizzardo il vuoto, il buio; la vita, la gioia? Il buio e il vuoto rappresentano per me una sorta di tensione. Mi attraggono da quando ho potuto coglierne il senso. Non sono, per me, concetti negativi. La malinconia, ad esempio, non è un concetto negativo. Sono convinto che cogliere la poesia che si cela dietro tali pensieri sia una vera fortuna. Credo che “Sensucht” sia il termine che più di tutti possa spiegare tale concetto. Con questo non voglio affatto dire che la gioia non esista e che dietro di essa non si nasconda un certo lirismo. Il mio modo di vivere la gioia, però, è sempre troppo esagerato e sconsiderato e non mi permette di cogliere questo sentimento fino in fondo. Manco di equilibrio, sostanzialmente. E non me ne dispaccio affatto. Nel libro si parla spesso di ciò che le persone “ritengono” delle altre, ma difficilmente di ciò che è; crede che sia difficile, nel mondo di oggi, avere una chiara idea di ciò che ci circonda? Crede che non si possa avere una reale conoscenza della realtà? Penso che sia impossibile avere una visione “oggettiva” e “reale” della realtà. Ognuno conosce solo il proprio modo di “vedere” il mondo. Questo è uno dei temi che più di tutti mi hanno affascinato. Secondo Lei sarebbe meglio “vivere sognando” o “sognare di vivere”? Ma i sogni trovano ancora spazio nella società di oggi? Non sono bravo a rispondere a questo tipo di domande “marzulliane”. È importantissimo sognare. È importantissimo vivere. Solo che nella società di oggi ci si è dimenticati come si fa. Come giovane scrittore, crede che vi sia ancora spazio per la lettura? Per la scrittura? Lo spero vivamente. L’importante è che la gente smetta di chiedersi a che cosa serva la scrittura. Dobbiamo svincolarci da questa visione estremamente utilitaristica delle cose. La letteratura, in generale, materialmente parlando, non ha fini, non ha scopi. A che serve la letteratura? A “niente”. Perciò è così bella. Vi è un Poeta del ‘900 del quale si può definire una grande ammiratore e perché? Per “Dead” Ohlin, il cantante dei Mayhem, scomparso nel 1991. I suoi versi erano così poeticamente perversi, malinconici e oscuri che mi hanno rapito da subito. Vi è un’Opera letteraria di cui avrebbe voluto essere l’Autore? Sinceramente no. Sono convinto del fatto che quando leggiamo un’opera letteraria, essa diventi automaticamente nostra. Noi possediamo un’opera nel momento in cui la leggiamo. Per questo non ha senso per me ricercare il vero significato che l’autore voleva trasmettere, oppure invidiare l’opera di qualcun’altro. Nel momento in cui legge, il lettore stesso diventa l’autore dell’opera, la possiede, ne ricava qualcosa di personalissimo. Di ogni opera che ho potuto leggere, io sono stato l’autore, per certi versi. La scrittura può fare sentire meno soli? La scrittura ti fa sentire solo come un cane. Ed è perché ci si sente tremendamente sbagliati e soli che si inizia a scrivere. Cosa vorrebbe che restasse nei lettori dopo aver terminato il suo libro? L’idea di aver letto qualcosa di strano. La voglia di vedere il mondo sotto un’altra prospettiva. Una vaga inquietudine di fondo. Un leggero senso di vuoto. Le stesse sensazioni che si provano ascoltando un assolo di chitarra di Chuck Shuldiner, o le divagazioni musicali dei Tool. Al momento o per il futuro ha altri progetti letterari? Ho qualche idea che mi frulla per la testa, però non voglio affrettare i tempi. Ha un sogno che vorrebbe realizzare? No. I sogni devono rimanere tali. Qualora ve ne fosse una, quale sarebbe la domanda a cui avrebbe voluto rispondere e che non le è stata fatta? “Che faresti se ti rimanesse una sola ora di vita?”. Ci ho pensato a lungo e tuttora non saprei trovare una risposta. Giorgio, invece, il protagonista del libro, un suggerimento a proposito l’avrebbe anche ricevuto. Era scritto sui muri di un bagno pubblico… La ringraziamo per averci dedicato il Suo tempo e per aver risposto a tutte le domande che Le abbiamo posto.
La ringraziamo per averci dedicato questo tempo e per aver risposto a tutte le domande che le abbiamo posto.
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